asd
27.2 C
Amalfi

Afferrati da Cristo

ultima modifica

Share post:

spot_imgspot_imgspot_img

di FRANCESCO CRISCUOLO

“L’amore del Cristo ci possiede.” Questa affermazione lapidaria, tratta dal cap. 5 – vs 14 della 2° lettera di S. Paolo ai Corinzi, può ben costituire il fondamento e il corollario dell’apostolato di due sacerdoti diocesani, che in questo ultimo periodo di tempo hanno raggiunto una felice tappa del loro percorso pastorale.

Don Giuseppe Imperato, già parroco di Scala e di Ravello, ha festeggiato il 70° anniversario dell’ordinazione sacerdotale il 29 giugno u.s., così come don Antonio Porpora, attuale parroco della Cattedrale di Amalfi, compirà, domenica 14 luglio p.v., 40 anni di sacerdozio.

È un fatto esaltante, che investe e inonda la Chiesa amalfitana di un’ineffabile letizia spirituale, se solo si pensa che nella trama di questi avvenimenti e delle loro date ravvicinate è inserita l’ordinazione presbiterale del giovane diacono di Tovere di Amalfi don Pasquale Avitabile, che avrà luogo giovedì 11 luglio p.v. in cattedrale ad Amalfi.

Va sottolineato, in primo luogo, l’alto valore simbolico – biblico dei numeri 40 (40 anni di traversata del deserto da parte del popolo ebraico per raggiungere la Terra promessa, 40 giorni trascorsi da Gesù nel deserto, 40 giorni decorsi dalla Resurrezione all’ Ascensione) e 70 (indicante il multiplo dei 7 sacramenti, delle 7 opere di misericordia, dei 7 doni dello Spirito Santo e un caposaldo concettuale di tempo indefinito).

Inoltre, il duplice evento restituisce il profilo di due persone, accomunate, pur nella diversità dei rispettivi carismi, da una  fede granitica che si fa cultura e permea di sé un impegno intenso, costante e proficuo non solo verso la comunità ecclesiale, ma anche verso la società civile, nelle sue molteplici strutture e declinazioni, come testimonia la loro operosa presenza tra la gente comune, nelle famiglie, nella scuola statale, dove hanno insegnato per alcuni decenni, nei luoghi di lavoro, nei mass-media, che ne hanno ospitato interventi di rilievo. Si è dispiegata in entrambi una sensibilità quasi benedettina come uomini di studio e di preghiera orationi et ministerio verbi instantes (At 6,4), tanto che don Antonio, peraltro esperto di Sacra Scrittura ed ecumenismo, guida autorevole sul piano dottrinale, omileta di robusto spessore, ha abbinato l’insegnamento scolastico a quello universitario, oltre a coltivare la musica sacra e a tenere la direzione, per circa trent’anni, della schola cantorum della Cattedrale. Come lui, anche don Peppino ha prodotto pubblicazioni di notevole caratura e a carattere eminentemente storico – religioso.

Si intende, dunque, che, al di là dell’entusiasmo, del calore e del coinvolgimento emotivo legati ai comprensibili, anzi doverosi festeggiamenti, essi, nella ricchezza del loro spirito di carità ed umiltà, sollecitano una riflessione di fondo sulla figura stessa del prete, che, mutatis mutandis, in ossequio al principio, mutuato dalla dottrina economica, della “utilità marginale”, ha oggi, come ha avuto ieri, un’enorme rilevanza non solo in quanto uomo posto accanto ad altri uomini “nelle cose che riguardano Dio” (Eb 5,2), ma anche in quanto soggetto di investimento  antropologico – culturale ed etico – sociale. Lo ha ben delineato un umilissimo pastore d’anime del mondo rurale francese della prima metà dell’ Ottocento, San Giovanni Maria Vianney, quando ha scritto: “Lasciate un paese senza prete e, nel giro di venti anni, vi troverete non un aggregato di uomini, ma di bestie”.

Sorgono, allora, spontanee alcune domande. Qual è il senso dello status del ministro della Chiesa in un contesto spesso propenso a screditarlo e a diffamarlo, se non addirittura a sbeffeggiarlo e ingiuriarlo, come ha rilevato qualche anno fa don Maurizio Patriciello, notoriamente in prima linea, con rischiose conseguenze anche sul piano dell’incolumità personale, per la sua fedeltà al Vangelo? Qual è la sua importanza in una società che sembra sempre più scristianizzata? Qual è la cifra costitutiva di chi, per una scelta rispondente a un affascinante richiamo superiore, è programmaticamente alieno dai miti del potere e del successo a tutti i costi, dal predominante criterio della visione utilitaristica e spregiudicatamente economicistica del vivere e dall’imperante monopolio del pensiero unico?

Pasolini, in un articolo scritto sul “Corriere della Sera” nel febbraio del 1975, rilevò, con un’analisi ben argomentata e tremendamente attuale, che è di giorno in giorno ben visibile un intreccio perverso di nichilismo, di individualismo, di consumismo sfrenato, che, a lungo andare, riduce l’uomo a una macchina di produzione e  di consumo.

Qualche anno dopo, nel 1977, l’allora patriarca di Venezia, Albino Luciani, destinato di li a poco a diventare Papa Giovanni Paolo I, nel suo famoso libretto “Illustrissimi” (Ed. APE Mursia, MI – 1979,  pp113 – 114) scrisse: “In questa società c’è un tremendo vuoto morale e religioso. Tutti sembrano spasmodicamente protesi verso conquiste materiali: guadagnare, investire, circondarsi di nuove comodità, star bene. Pochi pensano anche a «far bene». Si crede di essere religiosi perché si va in chiesa, pretendendo poi di condurre fuori chiesa una vita uguale a quella di tanti altri intessuta di piccole e grandi astuzie, di ingiustizie, di colpe contro la carità, mancando assolutamente di coerenza. I giovani, che invece vogliono la coerenza, non ci stanno. Trovano poi incoerenze, vere o apparenti, nella stessa Chiesa e rigettano anche questa”.

Circa cinquant’anni dopo – la notizia è di pochi giorni fa- l’Istat ha pubblicato dati allarmanti, quasi ignorati dagli organi di stampa, sulla diffusione, con un correlativo aumento esponenziale, di sostanze psicoattive proprio tra i giovani, oggetto di attenta considerazione del futuro Papa Luciani. Non può non ravvisarsi in questa aberrante tendenza una reazione, che fa il paio con la moda del rifugio nei “paradisi artificiali” negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso, a un modo di pensare e di agire con cui si fanno passi galoppanti verso l’imbarbarimento e da cui emerge con evidenza che i rapporti interpersonali sono segnati sempre meno dalla fiducia, dalla mitezza, dalla solidarietà con chi soffre o versa in svariate forme di solitudine o abbandono, dal rispetto degli altri, dal riconoscimento della loro “infinita dignità”, secondo la dizione usata dal recente documento, con l’omonimo titolo, della Congregazione della Dottrina della Fede.

In tale quadro generale di riferimento appare superata l’immagine del ministro ordinato al servizio esclusivo della comunità di battezzati e si fa spazio la dimensione di un ministero presbiterale in relazione e in dialogo verso tutti, con un compito primario e formidabile di evangelizzazione nella storia, che non è più natulariter christiana, anzi prescinde dal tradizionale solido ancoraggio al Trascendente.

Già nei primi anni del secolo scorso, uno dei più eminenti vescovi del Meridione peninsulare, Mons. Nicola Monterisi, primate di Salerno, insisteva nell’esortare il clero a curare “meno funzioni, meno processioni e più evangelizzazione”. Il presbitero non è un distributore di catechesi e celebrazioni per coloro che le richiedono, a mo’ di stazioni di servizio, ma è colui che va verso tutte le donne e tutti gli uomini bisognosi di speranza, per trasmettere l’urgenza di un annuncio e l’ansia di rendersi testimone della Parola che viene dall’alto.

Per un singolare paradosso, le affermazioni più puntuali e quasi commoventi in proposito, tanto da costituire una convincente risposta agli interrogativi sopra esplicitati, sono quelle di uno dei più noti esponenti del laicismo del secolo scorso, lo storico e giurista Alessandro Galante Garrone, il quale nel luglio del 1990 annotava sul quotidiano “La Stampa” di Torino: “Ci sono molti meno preti oggi, ma sono migliori. Li troviamo in tutti i luoghi in cui la società fallisce, dove gli esseri umani soffrono, dove gli economisti, i politici, i servizi sociali perdono la speranza. Allora arriva il prete. Magari da solo. Lui non si aspetta grandi risultati. Non ha obiettivi, traguardi, target, scadenze, bilanci. Lui fa semplicemente tutto ciò che può e vi spende la vita”.

Don Giuseppe Imperato e Don Antonio Porpora sono stati afferrati da Cristo, tanto da farlo conoscere, incontrare e amare al maggior numero possibile di persone di ogni estrazione geografica, di ogni età e condizione sociale, in un territorio che è crocevia aperto ai flussi globalizzati come quello della Costa d’Amalfi. In Suo nome hanno speso e continuano, per l’appunto, a spendere la vita con un vasto campo d’azione, che travalica il perimetro parrocchiale e gli stessi confini diocesani.

Attualmente, dopo aver dato in passato un contributo determinante per porre in essere le più rilevanti linee di indirizzo della Chiesa particolare di Amalfi (redazione degli statuti delle associazioni ecclesiali, organizzazione e conduzione del convegno diocesano di Maiori del 1985, indagini socio – religiose di vario tipo, segnatamente in rapporto al clero secolare e regolare), continuano a rimanere sulla breccia anche con lo svolgimento di attività extra moenia  segnalandosi l’uno per attività anche in altre Diocesi, l’altro per il dinamismo pastorale e per l’opera formativa esercitata in  un Istituto filosofico – teologico di Roma.

Il loro munus sacerdotale ha veramente un respiro universalistico, in quanto a ciascuno degli umiliati e dei prevaricatori, degli emarginati e dei superbi, dei deboli e dei potenti, a chiunque rientri nella parte dolente di umanità, residente o gravitante dalle più remote distanze nell’agorà del comprensorio amalfitano, a ognuno degli smarriti nella “selva oscura” della iper complessa realtà odierna sembrano dire, come Virgilio a Dante, prima di intraprendere l’ itinerario per l’oltretomba:“A te conviene tener altro viaggio” (Inf. I, 91). E l’altro viaggio è quello della ricerca della luce e dell’amore di Cristo, unica via di salvezza per ogni donna e per ogni uomo di questo mondo.

redazione
http://www.quotidianocostiera.it
spot_imgspot_img

articoli correlati

Il Symphony di Arnault torna nelle acque della Costiera, poi va a Capri. Atterraggio spettacolare a prua

di EMILIANO AMATO Riecco il Symphony nelle acque della “divina” costiera. Questa mattina il mega yacht di proprietà del...

Costa d’Amalfi, il ritorno del figliol prodigo: riecco Davide Mansi

Certi amori non finiscono, fanno giri immensi e poi ritornano, canta Antonello Venditti. In questo caso si tratta...

Mare Positano, parla ambientalista Daniele Esposito: «Troppe barche, rischio inquinamento alto. Bisogna intervenire»

Da 43 anni vive a stretto contatto col mare, (da quando, cioè, aveva 13 anni) essendo il guardiano...

Ravello festeggia San Pantaleone, 24 luglio visite mediche specialistiche gratuite. Gli orari

In occasione dei festeggiamenti in onore di San Pantaleone, Medico e Martire, tornano a Ravello gli appuntamenti gratuiti...