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Fili d’oro stesi al sole di Minori. La leggenda della pasta nel viaggio in Costiera di Camille Mauclair (1928)

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di OLIMPIA GARGANO

In past centuries, writers who wanted to embellish their travel stories and show visual evidence of their experiences, either created themselves the illustrations of their books, or they relied on artists who reproduced scenes of life, landscapes or costumes typical of the places visited. In this context, at the end of the seventeenth century the Voyages pittoresques were born, travel books enriched with splendid color paintings, a literary genre in which French authors excelled, and which were a cross between illustrated reportage and ethnographic research on customs, clothing and daily life of still little-known peoples. The book Naples et son Golfe (1928) by the French writer Camille Mauclair belongs to this tradition. Visiting the Amalfi Coast, Mauclair was struck by the habit, still alive in the early twentieth century, of hanging up the pasta to dry in the sun along the streets of Minori. This tradition is depicted in one of the watercolors that adorn his book.

“Cosa sono dunque questi nastri, queste strane chiome color d’oro che questi uomini stendono placidamente su dei graticci al sole  davanti a questa grezza facciata nel villaggio di Minori, tra Amalfi e Salerno?”.

Così si interrogava lo scrittore francese Camille Mauclair, vedendo le distese di fili lucenti che come festoni dorati scintillavano fra i vicoli di Minori. Era la pasta, uno dei primati della nostra Costa, che fino ai primi decenni del secolo scorso asciugava al sole e s’ insaporiva al profumo del mare.

Il termine macaroni che dà il titolo al dipinto e al racconto stesso si riferisce al nome con cui i francesi chiamavano la pasta, indipendentemente dal formato, e che per estensione passò a indicare gli italiani in genere. Il dipinto fu realizzato dal pittore J. F. Bouchor, insieme con le altre scene che illustrano il viaggio a Napoli e Costiera amalfitana di Camille Mauclair.

Nei secoli scorsi, gli scrittori che volevano abbellire i loro racconti di viaggio e mostrare prove visive delle loro esperienze, o creavano essi stessi le immagini con le quali illustrare i loro libri, oppure si affidavano ad artisti che riproducevano scene di vita, paesaggi o costumi tipici dei luoghi visitati. 

In questo contesto nacquero già alla fine del Seicento i Voyages pittoresques, libri di viaggio arricchiti di splendidi dipinti a colori, un genere letterario in cui primeggiarono gli autori francesi e che erano una via di mezzo fra reportage illustrati e ricerche etnografiche su  usanze, abbigliamenti e vita quotidiana di popoli ancora poco noti.

Nel solco di questa tradizione si inseriscono i libri di viaggio di Camille Mauclair, nome d’arte del francese Camille Laurent Célestin Faust. Nato a Parigi nel 1872,  fu critico d’arte (contribuì a far conoscere la pittura simbolista), giornalista, e scrittore di romanzi. I suoi libri furono illustrati da alcuni dei pittori più affermati in quegli anni, come Paul Bret, Pierre Vignal, e appunto Joseph-Félix Bouchor, autore degli acquerelli compresi nel volume di cui raccontiamo in queste righe.

Ammiratore della cultura latina su cui il regime fascista fondava i propri simboli,  nel suo libro La majesté de Rome celebrò la grandezza della città capitale. Ne donò una copia a Emilio Bodrero, giornalista, parlamentare e poi senatore a vita durante il Ventennio: nella dedica scritta a mano si legge “fervente amico dell’Italia”. In effetti, dei suoi viaggi nel nostro paese restano testimonianze in tutta la sua opera. Oltre a raccontare le bellezze di Roma, Napoli e Sicilia, scrisse su Venezia, Firenze, e numerose località dell’Italia settentrionale. Uno dei suoi libri d’arte fu interamente dedicato alla pittura italiana.

Durante l’occupazione nazista sostenne il governo collaborazionista di Vichy, cosa che all’indomani della Liberazione lo fece includere nella lista degli scrittori proibiti.

Camille Mauclair amava la solarità del Mediterraneo. Come altri intellettuali francesi suoi contemporanei, era attratto dagli aspetti “esotici” dei paesi verso i quali la Francia aveva interessi coloniali.  I suoi libri di viaggio in Egitto, Marocco, Siria, Libano, Palestina, Gerusalemme furono raccolti negli otto volumi del Cycle Méditerranéen.

Le pagine dedicate alla Costiera sono per lo più dei profili di storia e cultura locale, dove è scarso o quasi del tutto assente l’incontro diretto con gli abitanti del posto. Un po’ come avveniva nella letteratura dei secoli scorsi, più che in quella del recente passato cui appartengono gli scritti di Mauclair.

A Minori, la scena cui aveva evidentemente assistito di persona gli diede lo spunto per raccontare la favola della nascita della pasta, che aveva trovato nelle Leggende napoletane di Matilde Serao. E’ la storia di Chico, un mago di origini orientali vissuto nella Napoli del XIII secolo: chiuso nel suo laboratorio, ne usciva soltanto per comprare ingredienti che di notte mescolava in una marmitta ribollente per creare un cibo che rendesse felice chi lo mangiava. Dopo tanti esperimenti, riuscì a trovare la formula magica: dai suoi intrugli di farina, formaggio ed erbe aromatiche erano nati dei fili d’oro che Cicho modellava in forme sempre diverse, preparandosi a svelare il suo segreto al mondo. Ma il mago non sapeva di essere stato spiato dalla sua vicina di casa, l’astuta Jovannella di Canzio, la quale riuscì a riprodurre i deliziosi piatti di pasta da lui creati, e se ne attribuì l’invenzione che nel giro di pochi mesi la rese ricca e famosa. La cattiveria della donna fu punita in punto di morte, quando la sua anima fu presa dal diavolo.

In quelle stanzucce di un vecchio palazzo napoletano, le ombre di Chico e Jovannella continuano  a filare nastri di pasta e condirli di sughi prelibati, rendendo immortale la fama del cibo che avrebbe legato il suo nome a Napoli e all’Italia.

Fra gli altri angoli caratteristici della Costiera su cui si sofferma l’attenzione di Camille Mauclair  se ne trova uno che resta intatto solo nei nostri ricordi. E’ la fontana di Ravello, che all’epoca in cui fu scritto il libro e dipinto l’acquerello riprodotto qui sotto era ancora sormontata dagli originali delle statue del leone e toro alati, ai tempi nostri trafugate e sostituite da copie.

Grazie a questa collaborazione fra rappresentazione visuale e parola scritta, la letteratura di viaggio diventa memoria storica, consegnandoci presenti e vive le immagini di un passato che altrimenti sarebbe irrimediabilmente perduto.

                                                              

redazione
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