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Il culto medievale di Sant’Eustachio in Costa d’Amalfi

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di SALVATORE AMATO

In occasione della memoria di Sant’Eustachio, celebrata fin dalla tarda antichità nella Chiesa di rito greco e latino al 20 settembre, ci pare doveroso tracciare a grandi linee le principali testimonianze di culto medievali riferite alla Costa d’Amalfi.

Le origini degli insediamenti sul territorio costiero e in particolare di Amalfi, tradotte nella leggenda e nel mito a cominciare dal Chronicon Salernitanum del X secolo e poi dal Chronicon Amalphitanum nelle sue redazioni tardive del XIII secolo, introducono la leggenda dei naviganti romani, i quali, dopo molte peregrinazioni avrebbero fissata la loro dimora nella costiera. Da allora gli amalfitani hanno sempre insistito su questa loro romanità, che si esplicava non solo nella professio legis, ma nella costruzione, da parte dell’aristocrazia dei centri costieri, di una serie di saghe familiari che riconducevano i capostipiti all’età imperiale, impersonandoli in audaci condottieri o consoli.

E in questo contesto nasce anche la tradizione, fermata sulla carta dallo storico ravellese del Cinquecento Marino Frezza, che vorrebbe a capostipite della famiglia D’Afflitto di Scala, una delle più potenti del territorio amalfitano, proprio il generale romano Placido, magister militum sotto Traiano e martirizzato con il nome di Eustachio verso il 103 d.C., deducta ab Eustachio Martyre fricti nomen tulisse fertur, con il nome della famiglia che sarebbe derivato dal supplizio subito dal santo, “fritto” in un bue di bronzo infuocato o dall’afflizione che ne avrebbe conseguita.

Recentemente Giuseppe Gargano ha ridimensionato le origini leggendarie del cognome D’Afflitto, e sulla base di un attento esame della documentazione ha individuato due possibili varianti nel suo significato, denotanti due famiglie diverse: i da Filicto, provenienti dal territorio stabiano, e i de Felicto di area caprese.

Il primo cognome è da associare al mondo rurale e agricolo, con la versione afflictus nel significato di censo, reddito, mentre l’altra versione è legata al termine filetum, che indicava il filo di lino ed era perciò connessa alle attività mercantili e marinare.

Come che sia, la storiografia amalfitana non ha ancora indagato sulle origini della costruzione di questa leggenda, che trovò una propria legittimazione già dal XII secolo, quando la famiglia d’Afflitto si affermava tra l’aristocrazia mercantile e la gerarchia ecclesiastica della città di Scala. Da allora, come è presumibile, la devozione familiare nei confronti del nostro caro santo si configurò attraverso alcuni elementi tipici dell’universo cultuale medievale: la dedicazione di chiese, cappelle, l’ influenza sull’onomastica e sulla toponomastica.

Ma la famiglia d’Afflitto assimilò ancora più radicalmente gli elementi del bios del martire romano, con la ricorrente presenza dell’elemento del cervo, simbolo della sua conversione al cristianesimo, nell’araldica e negli arredi liturgici delle chiese di patronato. Così nel 1144 il vescovo Orso de Afflicto donava alla chiesa di Santa Stefanìa di Pontone una bibbia in scrittura beneventana e due cervi d’argento.

Poco distante, su un promontorio prospiciente la Valle del Dragone, sorgeva un’altra chiesa di patronato della famiglia D’Afflitto, documentata dal 1187 e dedicata a Sant’Eustachio, uno dei gioielli dell’architettura normanno-sveva dell’Italia Meridionale (foto a lato di Andrea Gallucci).

L’intera località dov’è situata nel 1443 recava la denominazione di Sanctus Eustasius, mentre il vicolo omonimo, che conduce verso il centro di Pontone, è attestato fin dal 1331.

Ancora nel territorio scalese un altro edificio di culto dedicato al martire Eustachio era la chiesa della località Campo, di patronato della famiglia ravellese dei Castaldo.

Nella città dirimpettaia, Ravello, a S. Eustachio era dedicata una delle più antiche chiese del territorio extraurbano, situata nel castrum altomedievale di Supramonte, e menzionata in un documento del 1020, oggi non più esistente, ma tradito dal Regestum Ravellensis Ecclesiae, un volume contenente i regesti di 662 pergamene conservate nell’Archivio Vescovile di Ravello, e compilato agli inizi del XVIII secolo per ordine del vescovo Giuseppe Maria Perrimezzi, ma attualmente conservato presso l’Archivio della SS. Trinità di Cava de’Tirreni.

Si trattava di un atto di divisione tra i fratelli Leone, Giovanni e Mauro, figli del fu Sergio da Supramonte, rogato in Amalfi dal presbitero e scriba ravellese Giovanni Rufolo.

In pertinentiis Ravelli, in un luogo non meglio specificato, venne dedicata un’altra chiesa a S. Eustachio, Sancti Heustasii Christi martyris, i cui portionarii – soci partecipanti ai benefici temporali e spirituali del luogo di culto – nel 1208 erano Pantaleone, figlio del giudice Sergio Napoletano, Tommaso figlio del giudice Cappasanta e Giovanni figlio del dominus Pantaleone, ed aveva proprietà nella vicina Terra di Tramonti.

Il santo era raffigurato a cavallo anche in due formelle del sesto registro delle porte bronzee della Cattedrale, realizzate nel 1179 dall’artifex pugliese Barisano da Trani, ed esemplificanti il santorale ravellese del XII secolo.

Tuttavia anche a Ravello un contributo per lo sviluppo della devozione legata al santo martire si deve alla già ricordata famiglia d’Afflitto, che si trasferì in quella città agli inizi del XIII secolo, prendendo dimora nel nobile rione del Toro, precisamente di fronte alla chiesa dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista. Proprio in quella chiesa al santo militare venne dedicata una cappella di ius patronato, tenuta in vita almeno fino agli ultimi decenni del Settecento. Da quell’altare o dal Palazzo D’Afflitto doveva provenire il mezzo busto reliquiario, presente ancora nel 1811 nella chiesa Cattedrale, come rivela una relazione dell’ebdomadario – sacrista del tempo, D. Agnello D’Amato.

Nel territorio contermine di Tramonti, sul finire del Medioevo, una chiesa di Sant’Eustachio era situata nel luogo detto Santa Croce, ubi dicitur Sancti Stase, ed era una dipendenza del monastero benedettino femminile di San Lorenzo del Piano in Amalfi. Nel 1421, la badessa Catherina concedeva in enfiteusi per 29 anni ai fratelli Iulius e Lanczillus Baccharius una grossa proprietà, che si trovava accanto alla chiesa di S. Eustachio, con alberi di olivo e castagne.

Dagli studi topografico-documentari di Giuseppe Gargano e allo stato attuale della documentazione edita non risultano altre dedicazioni nel territorio dell’antico Ducato medievale di Amalfi, ma il quadro fin qui delineato evidenzia come la concentrazione dei luoghi di culto e degli agiotoponimi fosse localizzata in netta prevalenza nell’entroterra collinare e montano.

Per cui, se pure a ragione Amalia Galdi rilevava che “le devozioni talvolta seguono percorsi che sfuggono al dato del solo controllo politico e della presenza etnica”, qui siamo di fronte all’espressa volontà di una famiglia, quella dei D’Afflitto, di legittimare la propria ascesa sociale attraverso la diffusione del culto del loro mitico progenitore, alla cui protezione si affidarono in vita e in morte, al punto che nel 1240, sulla tomba di Bartolomeo d’Afflitto, sepolto nella basilica di Sant’Eustachio di Scala, poteva leggersi l’iscrizione in versi latini, che qui riporto nella traduzione di Mons. Cesario D’Amato: “O Eustachio, prega di cuore per colui che molto ti amò, e chi giace nel tuo tempio viva beato con te nei secoli che non conosceranno mai la fine”.

Foto: Enrico Capuano

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