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La Timocrazia di Solone: il primo censo della storia

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di GIUSEPPE GARGANO

Il più grande e ultimo conflitto dell’Età del Bronzo fu la Guerra di Troia, combattuta per dieci anni intorno al 1180 a.C. Essa fu uno scontro titanico tra le primitive città-Stato dalle mura ciclopiche degli Achei e la grande città di Ilio o Troia, che estendeva il suo dominio su buona parte dell’Asia Minore. Fu il primo acceso confronto tra due mondi contrapposti: l’Oriente e l’Occidente. L’impero di Ilio popolato da Frigi e Lidi e governato dal potente Priamo e dai suoi cinquanta talami, da una parte; la coalizione argiva guidata dagli avidi e superbi Atridi, signori di Argo, di Micene, di Tirinto e di Sparta, dall’altra. Dalla mitica ed erculea Tebe, omonima di quella egizia, poiché fondata per tradizione dagli autoctoni del Nilo, provenivano Elena e Clitennestra per unirsi in matrimonio ai figli di Atreo, Menelao e Agamennone; la difesa della coppia formata dalla bella Elena e dal biondo Menelao giurarono i principi argivi, non tanto per esaudire il fatale destino del pomo “alla più bella” quanto per soggezione ai signori più doviziosi della Grecia dalle funeree maschere d’oro.

Tra il mito e la storia si può rivisitare quello scontro epico tra l’Occidente e l’Oriente, destinati a scendere ancora in tenzone nelle due Guerre Persiane e nell’impresa senza precedenti di Alessandro Magno.

La Guerra di Troia purtroppo si fece, a dispetto di Jean Giraudoux, il quale nel dramma La Guerra di Troia non si farà (1935) immaginò che i contendenti trovassero un espediente per evitarla e l’espediente fu un dialogo cavalleresco tra due eroi decisamente umani, tra l’intelligenza astuta di Ulisse e la dignitosa pietas di Ettore: l’uno di fronte all’altro sulle sponde troiane decisero di evitare la guerra. «Perchè no la guerra?» – Chiedeva Ettore – «Perchè Andromaca ha lo stesso battito di ciglia di Penelope» – Rispondeva Ulisse. Fu proprio, nel dramma, l’antefatto dell’acceso colloquio tra Andromaca ed Elena a convincere quest’ultima a far ritorno nell’alcova del biondo Menelao e lasciare Paride, l’altro biondo troiano, al suo destino. Così la divina causa del conflitto tornava alla sua natura umana, come nella scena omerica della sua apparizione tra i vecchioni di Ilio, per assistere dagli spalti al duello tra i due uomini che l’amavano, che avrebbe dovuto porre fine al sanguinario conflitto. L’Andromaca di Giraudoux è la stessa moglie scaltra e premurosa di Omero: determinante consigliera del marito nel dramma, abile suggeritrice di efficaci strategie militari difensive per l’integrità fisica di Ettore e dei suoi soldati.

Ma un’altra donna, questa volta achea, fu la causa determinante di una guerra segnata dal Fato: Elena di Sparta era pronta a trasformarsi nella più celebre e fatale Elena di Troia, donna di potere e strumento della politica degli Atridi. Così ella, d’accordo col marito Menelao, al quale si era unita per un mero compromesso politico, fece invaghir di lei il principe troiano giunto a Sparta come pacifico ambasciatore, fino al punto di suggerirgli di fuggire con lui a Troia. In tal modo divenne il pretesto per la mobilitazione generale achea, in quanto i re della Grecia si sentivano offesi per l’onta subìta, il rapimento della più importante delle loro regine. Dietro questo strategico complotto degli Atridi si celava la necessità di annientare la potenza economica troiana, che stava soffocando in concorrenza nel Mediterraneo orientale e fino alle rive del Nilo la mercatura delle città-Stato della Grecia.

Omero stesso fornisce la prova di quanto appena affermato: nella fatale notte di Troia, ingannata dal cavallo laerziade, Menelao, penetrato nella reggia di Priamo, uccide il rivale Paride ma risparmia Elena, che riporta con sé a Sparta, dove la incontra in tutto il suo splendore Telemaco, dopo che la ricomposta coppia, lasciati da una parte per sempre gli amori di Paride e dall’altra momentaneamente le formose concubine d’ogni razza e nazione, aveva trascorso un breve soggiorno in Egitto, segno delle ritrovate rotte commerciali degli Achei.

«Poi la gente di Atene, la bella città, il popolo del re Eretteo, figlio della terra feconda che un tempo Atena, figlia di Zeus, allevò e collocò ad Atene». Così Omero (Iliade, II, 547-549) presenta l’Atene del suo tempo (VIII secolo), proiettandola indietro nell’età della Guerra di Troia (XII secolo). Dalle sue parole traspare il mito rappresentato da Euripide (V secolo): Efesto cerca, senza riuscirci, di violentare Atena; il suo sperma raggiunge la gamba della dea, che si asciuga con un fiocco di lana (eru) e poi lo getta al suolo (chthon) dell’Attica. Dalla terra così fecondata nasce Eretteo, che viene allevato da Atena. A sua volta Eretteo procreò dalla terra gli Ateniesi. Questi furono legati, sin dalle origini, sia alla terra che al mare, poiché Atena aveva piantato sull’Acropoli l’ulivo, mentre Poseidone aveva fatto zampillare una sorgente sul litorale. Così gli Ateniesi svilupparono l’agricoltura e la marineria; erano anticipatori degli Amalfitani del Medioevo che avevano “un piede nella barca, l’altro nella vigna”.

Da tempo immemorabile genti autoctone abitavano l’Attica: ciò è provato dai resti preistorici rinvenuti sull’Acropoli di Atene. Avvolto e offuscato dalle nebbie della leggenda appare a noi dal profondo dei secoli il volto forse del primo re locale, Egeo, traslato attraverso l’immaginario collettivo. Tremula la sua figura e rammaricata, ingannata dalla dimenticanza del figlio Teseo di mutar le vele nere della disfatta con le bianche della vittoria. Tuffandosi nell’onde dal Capo Sounion, sacrificò il suo nome al mare greco trapunto di isole vulcaniche e dal colore del vino al violaceo tramonto. Teseo, uccidendo il Minotauro, liberò il suo popolo dalla soggezione cretese di Minosse, mentre di lì a poco le violente onde dello tsunami piegavano la talassocratica civiltà palaziale, offrendo il mito di Atlantide agli Egizi e tramite Solone al suo tardo nipote Platone. Sprofondata nel mare della storia la civiltà minoica, imperava a Creta il miceneo Idomeneo, pronto a condurre la sua flotta a Troia. 

Teseo trasformò l’arcaica città senza mura e dispersa in agglomerati di piccole entità (kòmai) in una polis, composta da un centro urbano (asty), circondato da un proprio territorio (chòra). Nasceva così Athenai (Athenae, -arum per i Romani) in onore della dea Atena, dal nome plurale, poiché risultato della composizione di alcuni villaggi, dove vivevano varie tribù. La popolazione che abitava la città e l’intera regione dell’Attica era la genìa degli Ioni, avvezzi all’uso del mare e pertanto pronti a colonizzare le isole fronteggianti le coste dell’Asia Minore, che costituirono la Ionia. Si estesero sulla vicina terraferma nella regione della Focide, le cui città di Phocea e di Elea furono sempre in sintonia politica con Atene. L’Atene descritta da Omero è quella del suo tempo, quella dell’VIII secolo, quando la monarchia fu abolita e sostituita dall’aristocrazia, cioè dal governo dei migliori. Ma chi erano i migliori? Innanzitutto coloro che discendevano da personaggi ai limiti tra la reale memoria genealogica e il mito epico, maggiorenti e notabili per acclarato merito. Erano grandi proprietari terrieri, che cominciavano a commerciare i loro prodotti ad ampio raggio per capitalizzare moneta pregiata d’argento. Così gli aristocratici decidevano di non sostenere più l’”uomo solo al comando”, il monarca che aveva ormai fatto il suo tempo in tutte le poleis della Grecia, quel monarca che per qualche secolo si era illuso di comandare da solo, trascurando la realtà: egli era un wanax, un re-sacerdote, che, in virtù di cerimonie misteriche, dominava la psiche del suo popolo; in più aveva l’esercito dalla sua parte. L’arricchimento progressivo dell’aristocrazia fece spostare l’ago del potere e rese vuota la potestà monarchica. Così il wanax, monarca sacerdote e guerriero, scomparve da ogni luogo della Grecia. In qualche caso particolare, come a Sparta dominata dai Dori, che aveva soppiantato l’achea Lacedemonia, il dominante spirito guerriero degli Spartiati creava l’oligarchia, il governo dei pochi. Un nuovo ordinamento fu dato dalla costituzione di Licurgo, la quale affidò ai cinque efori, magistratura elettiva da parte dei soli Spartiati, il vertice del comando. Dell’antica monarchia restava il retaggio: la magistratura dei due re (basilei), ampiamente svuotata degli antichi poteri e limitata al comando dell’esercito e alla rappresentanza verso l’esterno, era l’unica testimonianza della primitiva monarchia. L’assemblea dell’Apella eleggeva le cariche, mentre lontane dal potere rimanevano le classi dei Perieci (uomini liberi) e degli Iloti (schiavi di antica etnìa achea).

Il legislatore ateniese dell’aristocrazia fu Dracone: egli raccolse il diritto consuetudinario e lo trasformò in leggi scritte. Intanto l’evoluzione degli aristocratici procedeva verso l’instaurazione di commerci marittimi da essi gestiti: l’ulivo di Atena si collegava alla fonte zampillante di Poseidone; i prodotti della terra, caricati sulle navi, venivano trasportati a oriente, a occidente, a meridione e a settentrione, lungo le direzioni principali indicate dalla Torre dei Venti, per essere venduti. Agli aristocratici venivano a sovrapporsi i parvenus, il nuovo ceto degli artigiani, che pian piano si trasformavano in imprenditori della loro arte. La società ateniese diventava più complessa e articolata, per cui occorreva l’avvento di qualcuno che regolasse quella nuova situazione. Si incaricò del compito Solone, il quale mise mano ad una vera e propria costituzione, che fu redatta nel 594-593 a.C. La costituzione di Solone fu improntata sulla timocrazia, cioè il governo dei più agiati. Innanzitutto l’organizzazione amministrativa si basava su tre organi:

l’assemblea, che formulava le leggi;

il consiglio, che esercitava il potere esecutivo;

i tribunali, che facevano rispettare le leggi.

Nulla di nuovo sotto il sole! Molti secoli prima che lo facesse Montesquieu già Solone aveva pensato a dividere e distinguere i tre poteri, legislativo, esecutivo, giudiziario. E Solone era timocratico così come Montesquieu era liberale e liberista. Solone fu l’inventore del censo, un metro di scansione dei livelli delle classi sociali. In base al censo individuò quattro classi, così indicate in ordine crescente: Teti – Zeugiti – Cavalieri – Pentacosiomedimni.

Queste classi formavano l’Ecclesìa, l’assemblea che faceva le leggi e che eleggeva, con i Teti elettori passivi, il tribunale del popolo che costituiva la magistratura giudiziaria. L’Ecclesìa era il nocciolo del sistema di Solone. Il potere esecutivo era affidato a nove Arconti, estratti a sorte e in carica per un solo anno, dopo il quale entravano a far parte di un organismo denominato Areopago, una sorta di consiglio di saggi. Dopo più di trent’anni il sistema timocratico di Solone cominciò a mostrare i suoi limiti: si diffondeva un’improvvisa malattia, la corruzione, alla quale si aggiungevano lotte tra le classi. Per evitare il tracollo di una comunque importante creazione politica, sociale ed economica, si decise di affidare il potere a vita ad un solo uomo considerato detentore della capacità di tenere salda l’istituzione e di combattere la corruzione: Pisistrato, parente di Solone per parte di madre. Nell’assumere il potere, egli confermò la costituzione di Solone, salvando il costituito nuovo sistema socio-economico. Restò al vertice dal 561 al 556, poi fu destituito; ma dieci anni dopo fu reintegrato. Fino alla sua morte, avvenuta nel 527, mise in atto una politica fiscale a vantaggio dello Stato, promosse la piccola proprietà, costruì opere pubbliche, affermò il dominio di Atene sull’Egeo e sull’Ellesponto. Avendo ottenuto una guardia personale armata, fu considerato un tiranno (tyrannos). Senza dubbio Pisistrato con le sue iniziative dimostrò che bisognava superare la costituzione di Solone, aprendo la strada a Clistene e a Pericle per la costruzione di un nuovo sistema davvero rivoluzionario: la democrazia

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