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Amalfi

L’estate amalfitana all’inizio del Novecento

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di SIGISMONDO NASTRI

La stagione balneare in Costiera amalfitana, all’inizio del Novecento, scorreva tra “chiasso, rumore, flirts”, più o meno come avviene oggi. Nonostante ciò, rilevava Cesare Afeltra sul Piccolo del 19 agosto 1921, “Amalfi resta il luogo che accorda tutti i riposi e tutti i conforti”.

La spiaggia era “gaia, lieta, serenamente allegra, dove ogni qualità di fastidio è minima e l’utile ed il comodo proprio sono in prima linea. Più che di vivere, difatti, una vita balneare, qui la si subisce, la si gode senza volontà, ma voluttuosamente, senza desiderio, ma raffinatamente”. Un anno dopo, il 29 agosto 1922, lo stesso cronista osservava che la villeggiatura amalfitana “si caratterizza dalle altre del Tirreno stesso e dell’Adriatico lontano per una nota di calma e di mollezza marina” dato che Amalfi è “un paese dove tutto è calmo, vago, sereno. Non la riva ultra elegante turbata dal sapore delle città in diciottesimo con la mondanità spesso fastidiosa, profuga dai centri, che v’inchioda fra le sue norme, i suoi precetti ed i suoi confini: nulla. Solo una grande sconfinata libertà, un grande spettacolo di onde e di sole, di cielo e di mare. Una beatitudine materiata di sogno e di silenzio, qualche volta interrotta spezzata e fustigata dalla salsedine aspra che vi colpisce, dalla trama di argento che si riflette luminosissima e trasparente”. La vita si svolgeva, fino al tramonto, al “piccolo stabilimento Flavio Gioia”. Poi in barca: “Ognuno – notava Cesare Afeltra – non vorrebbe perderequesti istanti di godimento intensissimo, nello sfondo lontano che si perde in una linea senza colore sotto gli ultimi raggi del sole cocente, con una visione nostalgica nell’anima per questo scenario che sembra lo sfondo del passato ricordo di una fiaba infantile. Confusi giungono trilli di mandole con suoni di chitarre su sfondo opaco, cupo, caratteristico che somiglia quasi ad un tamburo per tutte le cose morte; poi una voce appassionata, lenta come un singhiozzo… È un rito. Si canta pel sole che muore nel mare, che affonda dietro l’isola rossa delle sirene. E il canto è lieve, si perde, svanisce…”.

Sul Mezzogiorno del 13 agosto del 1923 Ugo Fruscione, un giornalista che per oltre mezzo secolo ha raccontato fatti e personaggi, oltre che le vicende politiche, sociali, economiche della nostra provincia, descriveva così il viaggio da Salerno ad Amalfi: “Con questa afa irrespirabile correre in un auto veloce attraverso paesi pittoreschi e ridenti costituisce uno svago e un refrigerio delizioso. Con l’ “Alfa” elegante e rapida, che la cortesia squisita di Ciccilluzzo Gargano ha messo a nostra disposizione, partiamo da Salerno per l’incantevole e decantata costiera di Amalfi. Superati gli ostacoli, quasi insormontabili, della strada Salerno-Vietri, che meriterebbe più vigile attenzione da parte delle Autorità provinciali, attraversiamo di volo Cetara, civettuola e rinomata per le sue ‘alici in salamoia’; passiamo accanto ad Erchie, angolo paradisiaco di questa terra di sogni, ove i rudi lavoratori del mare affaticano le braccia robuste nella pesca del tonno, e arriviamo nella quieta e industre Maiori che ha fama per le sue cartiere e per i maccheroni gustosissimi. Uno ‘chop’ di birra offertoci dai buoni amici di Maiori, in quel “parterre” fresco e verdeggiante del Circolo sociale (che non esiste più, n.d.r.), ci fa sostare qualche minuto. Riprendiamo a rallentare per ammirare lo spettacolo fantastico del ‘Miramar’ (il castello Mezzacapo, a quel tempo albergo, poi ristorante e night club, ora in via di trasformazione in residenze di lusso per vip, n.d.r.) dalle guglie elevantisi nel fitto del parco foltissimo. Si passa fra Minori e Atrani, bianchissima, anche nella notte, ci appare col suo campanile moresco… Siamo ad Amalfi…”. La città era “piena di forestieri e di villeggianti”. Allo storico ‘Cappuccini’ alloggiavano per lo più comitive di americani. Al ‘Riviera’, famiglie napoletane. Alla pensione ‘St. Catherine’, i clienti erano tutti italiani, e di primissimo ordine. Fruscione vi incontrò il drammaturgo Roberto Bracco. Una casa del centro ospitava il giornalista Matteo Incagliati “dal sorriso buono, fraterno”, amico del segretario comunale Luigi Afeltra, uomo di grande spessore culturale, che intratteneva stretti rapporti con artisti e letterati. Al ‘Luna’ si godeva un meritato riposo l’avvocato salernitano Guido Vestuti.”La spiaggia – continuava Fruscione – è affollata da dame e signorine elegantissime”. Alcune, in mancanza del fotografo (di quell’epoca esistono delle istantanee di Tommaso Piumelli, che documentano vita e costumi), le fece ritrarre da un giovane pittore, Ignazio Lucibello, allievo di Pietro Scoppetta, che è stato l’ultimo grande paesaggista tra i cosiddetti ‘costaioli’. Sul Mattino del 23 agosto 1923 si legge che “gli alberghi rigurgitano di forestieri. Molti privati hanno offerto le loro stanze disponibili agli ospiti gentili. Ogni giorno è un andare e venire di automobili, vetture pubbliche, cutters e motoscafi, trasportanti carovane di gitanti, turisti, ma soprattutto bagnanti. Una folla di graziose bambine, di candide fanciulle, di vaporose signore che inondano le nostre strade, inebriandosi al fascino e all’ebbrezza che emanano il nostro lido profumato di alghe. Le nostre strade, sempre fresche, perché innaffiate tutti i giorni da abbondanti e potenti getti d’acqua, accolgono tutto uno sciame di allegre e spensierate fanciulle le quali, non più costrette dal rigido convenzionalismo e dalla moda dei grandi centri, si danno alla pazza gioia ed a braccetto camminano con le chiome sciolte, in tenui leggiere e svolazzanti vestine, cantarellando canzoni d’amore. La spiaggia è tutta cosparsa di candide tende, ove le veneri gentili completano le loro ‘toilettes’, coprendosi di quelle graziose cuffiette di tela gommata a vividi colori, prima di tuffarsi nelle terse acque del nostro glauco mare. Ogni sera allo stabilimento balneare, al ‘Cinema Unitas’, al ‘bar Florian’, per tutte le strade litoranee, splendidamente illuminate a luce elettrica, è un via vai di gente, un avvicendarsi di amici, strette di mano, parole galanti e occhiate languide.

Al ‘bar Savoia’, il Comm. Incagliati, lo ing. Cav. Santolo Camera e il commendator avv. Spera, circondati da numerosi amici, tengono circolo raccontando facezie. L’avv. Arturo Petrosini che da molti anni, con la sua gentile famiglia, è un assiduo frequentatore del nostro paesaggio, è esuberante di ‘verve’, ed i suoi racconti salaci, accompagnati da una mimica insuperabile, riscuotono l’ilarità e il compiacimento di tutti”. In quell’agosto del 1921 meritò gli onori della cronaca “il battesimo di un suo grazioso primogenito” nell’abitazione del sindaco avvocato Girolamo Gambardella. “Ci fu un gran ricevimento. I numerosi e splendidi saloni, sfarzosamente illuminati e messi a fiori, accolsero quanto di più scelto e aristocratico offre la colonia dei bagnanti e la nostra fine società”. Agli invitati furono serviti “gelati finissimi, svariati liquori e paste squisite. Indi si fece dell’ottima musica”. Il giorno prima il sindaco aveva ricevuto la visita del nuovo prefetto, accolto, al suo arrivo ad Amalfi, da una sfilata dei fascisti locali, “fieri e pettoruti, preceduti dal gagliardetto e dalla fanfara”.

redazione
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