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Amalfi

Lo scandalo degli sfregi pubblici in Costiera Amalfitana

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di FRANCESCO CRISCUOLO*

Suscita una forte preoccupazione e impone una seria riflessione l’atteggiamento corrente di disattenzione e di noncuranza per i beni pubblici o di pertinenza pubblica in buona parte dell’area della costiera amalfitana.
Una diffusa mentalità legata non al futuro, ma a un presente senza memoria, sta producendo un’escalation “un’irresistibile ascesa” di micro e macrosconci che, oltre a deturpare uno scenario di bellezza incomparabile, esaltata dai grandi scrittori italiani e stranieri protagonisti del “Grand Tour” e da una solida fama internazionale, determinano guasti enormi e sicuramente incompatibili con un’elementare sostenibilità ambientale.

Ne sono prova inconfutabile una serie di dati veramente inquietanti, inesorabilmente connesse con uno scandaloso spreco di danaro pubblico. Non è difficile notare, anzitutto, la ferita inferta allo spazio geografico naturale con lo sventramento di una larga superficie rocciosa all’ingresso dal lato orientale di Amalfi per far posto a una zona di parcheggio, di cui, a dodici anni dall’ultimazione, sono stati rilevati da chi di competenza fondamentali elementi strutturali non a norma, con la conseguente necessità di chiusura per un non breve arco temporale, che si estenderà al prossimo periodo invernale, al fine di consentire nuovi interventi con addizionali risorse finanziare a carico di enti statali e regionali.

Desolante è, inoltre, lo spettacolo offerto dalle condizioni di abbandono di un autentico fiore all’occhiello, di un gioiello architettonico e botanico qual è il “Parco Pellerina” di Furore, ridotto a un caotico ammasso di sterpaglie e a un mucchio di detriti senza senso.

L’auditorium di Ravello, che, a giudizio di illustri urbanisti, rappresenta di per sé un pesante pugno nell’occhio, dopo le tormentose vicende della sua costruzione risalente a poco più di qualche decennio fa, è di fatto sottratto alla sua originaria funzione e versa attualmente in uno stato visibilmente fatiscente. Recenti interventi di riattazione hanno introdotto, a mo’ di sfiatatoi, numerosi fori in forma di piccoli comignoli sulla cupola di copertura, facendola assomigliare a un volto umano butterato dal vaiolo e alterandone irrimediabilmente la possente e, comunque, pregevole struttura architettonica.
A Tramonti, lo splendido manufatto della “Casa del gusto”, di proprietà della Comunità montana “Penisola amalfitana”, portato a compimento nel 2005 e tenacemente voluto da un lungimirante amministratore quale il compianto Raffaele Ferraioli, sta quasi cadendo a pezzi, fornendo l’intelaiatura dei disastri causati dalla permanente mancata utilizzazione e dall’ormai evidente inagibilità.

A Scala, lo scorso anno, nel corso di una ricognizione tecnica delle condizioni statiche dell’edificio scolastico, si sono riscontrati pilastri vuoti perché privi di cemento armato al loro interno, sicché è lecito supporre che non tarderà la rituale ordinanza di chiusura, con la correlativa impossibilità di assicurare la ripresa e il regolare svolgimento dell’attività didattica nel prossimo settembre.
Sono immagini tristi, che vanno ad aggiungersi al mostro storico dei primi anni ‘60 del secolo scorso, l’ospedale di Pogerola, monumento al nulla perché mai divenuto tale e, nel tempo, sistematicamente preda di ladruncoli senza scrupoli, che ne hanno asportato infissi, arredi, suppellettili e perfino i servizi igienici.
Non si possono, poi, chiudere gli occhi di fronte a situazioni riprovevoli sul piano estetico – funzionale disseminate un po’ in tutti i comuni del comprensorio costiero, come gli spazi verdi abbandonati alla polverosità e ai parassiti con il contorno di piante e fiori lasciati a seccare e con arredi di panchine stinte e talora arrugginite, le moderne lampade a LED posizionate su pali metallici di fattura ottocentesca e novecentesca, le spiagge sottratte per una rilevante estensione alla pubblica fruizione balneare, le strade pedonali quasi impercorribili e non consone allo scopo loro proprio in quanto ingombrate da sedie e tavolini posti, talvolta con il complice consenso della competente autorità comunale, ben oltre i perimetri assentiti, i sentieri collinari invasi da cespugli e rovi che rendono impraticabile il transito pedonale ai contadini intenti a raggiungere i fondi rustici per lavorarvi, piazze e vie comunali occupate da pochi quasi iure privatorum o con modalità non sempre rispondenti ai provvedimenti autorizzativi normativamente previsti, per far luogo ad intrattenimenti serali gabellati come eventi culturali o per dare visibilità a personaggi del mondo dello spettacolo, peraltro lautamente retribuiti, con interviste non immuni, in certi momenti, da banalità e frivolezze, scalee e sagrati di chiese incautamente trasformati in set cinematografici, senza alcun rispetto per l’identità e la sacralità di monumentali edifici religiosi.

C’è un misto di inerzia, di incuria, di disaffezione, di insensibilità al bello e al bene, che porta a uno svilimento o a un uso deteriore di tanti luoghi d’incontri, di relazioni, di svago con cui ciascuno di noi ha una quotidiana dimestichezza. Va sempre più radicandosi, purtroppo, una cultura dimentica di un patrimonio materiale e immateriale comune a tutti, sedimentato attraverso i secoli.

Ha fatto il giro del web la fotografia ufficiale, scattata il 31 ottobre 2021, che immortala i sedicenti Grandi della Terra mentre, di spalle, lanciano una moneta di speciale conio, raffigurante l’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, nella fontana di Trevi a Roma.

Quella fotografia va letta come una trasparente allegoria dell’irresponsabilità politica ed economica di chi governa la res publica nel mondo: i potenti gettano i soldi di noi tutti dietro le proprie spalle senza curarsi di vederne la destinazione finale. Chi dovrebbe tenere nella massima considerazione i prodotti della creatività e dell’ingegno umani si fa beffe, invece, di uno straordinario monumento dell’età barocca.
È ciò che è avvenuto, in piccolo, a Minori con il trasferimento della storica fontana dei leoni dal piazzale California, in cui rappresentava il punto di convergenza dei due simmetrici filari di alberi del viale del lungomare, alla piazza centrale. Un pregevole bene artistico, parte integrante del tradizionale paesaggio urbano, ha subito danni gravi e irreparabili nelle maldestre operazioni di spostamento ed ha avuto una ricollocazione disarmonica sul piano estetico – paesaggistico e inopportuna su quello pratico – funzionale.
È interessante quanto ha scritto in proposito il concittadino dott. Aldo Paolillo, già consigliere comunale a Minori nel quinquennio 1970- 75 e trasferitosi dal paese natio nel 1974: “Non si poteva trovare collocazione peggiore. Una collocazione nella piazza centrale del paese, peraltro a stretto ridosso della statale e quindi nel bel mezzo del notevolissimo, a volte caotico, traffico della costiera, oltre che di quello cittadino. Una posizione che non esalta affatto la maestosità e la bellezza della fontana, ma che, invece, limita in modo inequivocabile la possibilità di una tranquilla fruizione di uno dei pochi beni storici di Minori. Una posizione, cioè, in netto contrasto con quella precedente, che era di assoluta tranquillità e di ottima fruibilità, laddove infatti la Fontana fungeva anche da sfondo maestoso del bel lungomare. Oggi, invece, questo spazio terminale di quelli che erano i bellissimi “giardinetti” di una volta con l’altrettanto, allora, bellissima prospettiva della Fontana del leoni risulta essere anonima, oltre che del tutto inutile e inutilizzabile”.
Considerare una delle fontane più belle del circondario come un soprammobile o un giocattolo suscettibile di risistemazione, a seconda di notevoli umori, in un punto o in un altro significa disconoscerne il plurisecolare valore simbolico di centro di riferimento, polo di attrazione, momento di ritrovo, tanto che in tutti i borghi d’ Italia, grandi e piccoli, è diffusa una distribuzione geografico – strategica di fontanili, a presidio di insediamenti abitativi centrali e periferici e al servizio dell’utilità collettiva. Lo ha sottolineato, da par suo, l’ autorevole storico dell’arte Tommaso Montanari: “Dietro ognuna delle nostre strepitose fontane monumentali sta la profonda convinzione che esse manifestino visibilmente il bonum commune, cioè il bene comune, l’interesse generale, ciò che tiene insieme la comunità civile. Ancora oggi esse offrono a tutti, gratuitamente, l’utilitas dell’acqua, e lo fanno attraverso l’ornamentum dell’arte: utilità e bellezza, natura e artificio si trovano uniti in queste fonti” (T. Montanari – Eclissi di Costituzione – Ed. Chiarelettere Mi – Aprile 2022 – pag. 7-8).

In questa vicenda tutto lascia pensare, come si vocifera non troppo sommessamente, che si è trattato di una scelta pretestuosa e strumentale, in quanto quella fontana è stata ritenuta un ostacolo da rimuovere in nome di un disegno di più ampia e perniciosa portata, che prevede la realizzazione di un tunnel Maiori – Minori con sbocco e attraversamento proprio nell’area di pertinenza del lato orientale del lungomare minorese dove essa era posizionata dal 1924. E’ alle viste, quindi, un ennesimo scempio con un ulteriore macroscopico sventramento roccioso.

In simile intento non è difficile ravvisare una concezione proprietaria del paese, connaturale al non celato tentativo di stravolgerne l’immagine, rimodellandone a piacimento lo stesso tessuto urbano, con sovrano disprezzo per il tanto ammirato retaggio orografico, topografico e panoramico del passato.
L’aumento esponenziale degli sfregi pubblici, unitamente all’incontrollata espansione dell’abusivismo edilizio privato, è, senza dubbio, una piaga dolorosa che umilia e affligge la Costa d’Amalfi “per la rea peste ond’ è offesa”, come si esprime Carducci in un sonetto della raccolta poetica “Iuvenilia”. Lo stesso costituisce un intrinseco atto di accusa agli amministratori locali e non reca alcun giovamento alle attività economiche, in quanto si configura come fattore di rischio, che incide negativamente, oltre che sul costume etico – sociale, su quella che gli economisti definiscono “produttività totale”, con chiaro nocumento per gli indicatori del grado di redditività e di efficienza complessiva del circuito turistico – commerciale.
Eppure, a fronte di tante abnormi realtà distorsive, si nota una sconcertante passività. A parte lodevoli eccezioni, nessuno sembra curarsene, nessuno appare agitato o inquieto, nessuno si mostra “turbato un poco d’ira nel sembiante” (Inf. XXIII, 146), nessuno trova il coraggio di opporre momenti di reattività con la stessa forza con cui il Tommasino di casa Cupiello a chi gli chiedeva ossessivamente se gli piacesse il presepe rispondeva: no, non mi piace!

Ben a ragione la scrittrice Dacia Maraini ha scritto che “il nostro è un Paese che evidentemente non ama i suoi spazi pubblici, li considera vuoti a perdere” (D. Maraini – La scuola ci salverà – Ed. Solferino – Mi – Aprile 2021 – pag. 38).

La storia ci dimostra che, di fronte all’indolenza morale dei più, nascono le peggiori manifestazioni di prepotenza e di sopraffazione dei pochi.
E’ più che mai necessario, allora, uno slancio di immaginazione, di attenzione, di indignazione per uscire da questa palude di masochismo e di sfacelo in cui ci siamo un po’ tutti, spensieratamente, impantanati.

*docente in quiescenza, già preside del Liceo “Ercolano Marini” di Amalfi

redazione
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