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Maiori, ancora vivo il ricordo dell’alluvione del 1954

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di SIGISMONDO NASTRI

Ho ancora vivo nella mente il ricordo di quella mattina del 26 ottobre 1954. Giovane corrispondente di provincia, mi trovai catapultato sul luogo che mostrava, in maniera a dir poco drammatica, i segni di una tragedia immane, consumatasi nel cuore della notte.

Era già da tre anni che scrivevo sui giornali. Non ho dimenticato l’emozione che mi aveva procurato, nel 1951, l’uscita del primo articolo firmato su “La Voce di Salerno”, il settimanale fondato da Ugo Abundo, diretto allora da Giuseppe Raffaele Pastore e Italo Santoro. Ma fino a quel disgraziato mattino del 26 ottobre 1954 avevo avuto modo di occuparmi solo di politica e “colore” locali, di cronaca spicciola. Mai di una vicenda così allucinante, così sconvolgente.

La sera precedente ero stato ad assistere a una movimentata seduta del consiglio comunale ad Amalfi, protrattasi fino a ora tarda. Pioveva a dirotto. Arrivai a casa – abitavo nella Valle dei Mulini – inzuppato come un pulcino appena nato. Forse per l’acqua che batteva sui vetri delle finestre, per il rimbombo dei tuoni, dormii poco. Uscii di casa all’alba e, appena arrivato in piazza, seppi che “un’alluvione aveva distrutto Maiori”. Non persi tempo. Montai a bordo di un camioncino che stava caricando pane da portare a quella sventurata popolazione. Intanto, si stava già mettendo in moto l’opera di soccorso, coordinata da Francesco Amodio, sindaco di Amalfi, e da mons. Mario Di Lieto, delegato della Pontificia Opera di Assistenza. L’automezzo, sul quale avevo preso posto, dovette fermarsi a Minori. Non c’era possibilità di proseguire in quell’immenso mare di detriti e fango.

A Maiori ci arrivai a piedi, con fatica. Non sono in grado di dire come. Guardai in giro e mi venne da piangere. Vidi i cadaveri recuperati tra le macerie, assistetti alla ricerca affannosa di poveri corpi straziati, cercai di raccogliere delle testimonianze; poi, tornato ad Amalfi, corsi a telefonare a “Il Mezzogiorno”, quotidiano napoletano diretto da Alberto Consiglio, del quale ero stato nominato corrispondente da un mese. Conservo ancora la tessera, datata 23 settembre 1954, che mi accreditava presso le “autorità”. È firmata – per il direttore – da Antonio Lubrano, anche lui giovanissimo, divenuto poi uno dei pilastri del giornalismo italiano. Riguardandomi sulla foto, mi vedo magrissimo, forse elegante (per quel tempo: oggi è raro che mi metta in giacca e cravatta), con tanti capelli biondi, ondulati, pettinati con cura, come piaceva a mia madre.

La telefonata al giornale, dal centralino di Amalfi – la chiamata era “con partenza da Napoli”, come veniva puntualmente segnalato alla centralinista – si rivelò un’impresa difficile perché le linee erano sovraccariche, disturbate o addirittura guaste. L’indomani, in prima pagina, mi trovai citato nel servizio firmato da Franco Bellomi: “Una drammatica telefonata continuamente interrotta – aveva scritto – ci è pervenuta dal nostro corrispondente Sigismondo Nastri, il quale ha potuto con molte difficoltà fornirci altri particolari sul disastro. A Maiori e Minori si registrano ingentissimi danni, mentre nulla è dato sapere sull’entità dei danni e delle eventuali vittime a Tramonti, a causa dell’interruzione delle comunicazioni. A Maiori la furia delle acque ha distrutto il corso Reginna, abbattendo tutti i palazzi. Dai primi accertamenti, effettuati dalle squadre specializzate, si contano 15 vittime che sono state allineate nella Cappella della Chiesa Madre. Si suppone inoltre che molti altri cadaveri siano rimasti sotto le macerie…”.

In quella alluvione i morti furono 54: tre a Minori, 37 a Maiori, 14 a Tramonti.

L’immagine del corso Reginna, che presento qui, documenta lo scenario di quella terribile mattina. La foto fu scattata – per me, ci tengo a sottolinearlo – da un bravo fotografo dilettante, il cavaliere Giulio Bianchi, direttore del dazio ad Amalfi.

redazione
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