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Ravello e l’antica devozione per i Santi Martino e Trifone

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di SALVATORE AMATO

L’occasione annuale delle celebrazioni in onore dei Santi Trifone e Martino ci permette di proporre una breve riflessione di carattere storico-liturgico sulla vicenda cultuale e sui legami con la città di Ravello.

Sebbene le edizioni del Martirologio Romano del 2001 e del 2004 registrino la memoria di San Trifone al 1° febbraio, ripristinando l’antica commemorazione fissata nelle fonti liturgiche bizantine, in diversi territori dell’Italia meridionale e a Ravello il ricordo del martire siriano si celebra il 10 novembre, una data che compare con più frequenza dall’XI secolo in alcuni martirologi in uso nelle chiese romane. In quest’area la menzione di Trifone è associata talvolta anche ai Santi Respicio e Ninfa, presumibilmente a causa della contemporanea presenza di reliquie in alcuni luoghi di culto dell’Urbe, come la chiesa di Santo Spirito in Sassia.

Scarse sono le notizie sulla sua vita: vissuto nella prima metà del III secolo nel villaggio di Campsade o Sampsado non lontano da Apamea di Frigia, avrebbe svolto la professione di allevatore di oche e subìto il martirio a Nicea durante la persecuzione di Decio. Dopo la sua morte il corpo venne trasferito nel villaggio natio, ove sorse nel VI secolo un tempietto per volere di Giustiniano.

Da quel luogo il corpo fu asportato da alcuni mercanti veneziani nel corso del IX secolo, secondo la leggenda della traslazione che si legge nell’Officium veneziano del 1561, è lasciato a Cattaro, in Dalmazia, a seguito di una presunta tempesta e dell’impossibilità di proseguire verso la città lagunare.

La devozione popolare bizantina invocava il santo come protettore degli orti, delle vigne, della campagna e contro gli insetti nocivi, una serie di patronati che ben si adattavano all’ambiente rurale dell’entroterra collinare amalfitano altomedievale. È ben noto, infatti, a partire dagli studi di Mario Del Treppo, che i primi mercanti costieri erano prima di tutto contadini, che alla terra ritornavano quando il tempo dell’avventura sui mari era finito, ed anzi con la terra mantenevano un legame costante: “un piede sulla barca, un altro nella vigna”.

Una località ravellese a forte vocazione agricola, anche se non del tutto colonizzata, caratterizzata dalla coltura della vite e popolata da giovani piantagioni di castagno era conosciuta con il nome di San Trifone, tra il 1010 e il 1025, a nord del rione Lacco.

L’agiotoponimo doveva essere legato alla presenza di un luogo di culto dedicato al martire, che conservava un’insigne reliquia del braccio del santo, in caratteri greci e latini, ritrovata agli inizi del Cinquecento nella chiesa di Santa Maria di Cesarano in Tramonti.

Tra la fine del X e gli inizi dell’XI in quello stesso posto s’insediò una comunità monastica benedettina maschile, la cui regola, sotto il profilo materiale e quotidiano, ben si adattava all’ambiente pedemontano ravellese.

L’abbazia era intitolata alla Beata Vergine Maria e ai Santi Trifone e Biagio, la cui associazione deriverebbe dal ricordo dei due santi al 3 febbraio, registrato in alcune recensioni dei martirologi storici latini del IX secolo, ma anche nel primo dei calendari medievali capuani, datato tra XI e XII secolo. L’inserimento nella dedicazione della Beata Vergine Maria potrebbe rinviare, invece, come ha puntualmente suggerito Giuseppe Imperato, al ricordo della Purificazione della Madonna, un tempo celebrata il 2 febbraio.

Il ruolo che assunse il cenobio ravellese nell’organizzazione del territorio e nella nascita della Chiesa particolare, lo sviluppo dell’insediamento sino alle vicende dell’età moderna sono stati ampiamente affrontati negli studi dell’Imperato e del Cerenza e recentemente in quelli di Gargano, Sorrentino, Di Martino e Silvestri.

I privilegi concessi dalla comunità locale, da principi e imperatori testimoniano la notevole rilevanza che la comunità ravellese svolse nel Regnum Siciliae, almeno fino al termine della dominazione sveva, seguendo del resto le stesse sorti della Città di Ravello.

A partire dalla seconda metà del XIII secolo, il monachesimo benedettino, anche a seguito del diffondersi in Italia Meridionale, in coincidenza con l’affermazione angioina, delle religiones novae – in particolare gli ordini mendicanti -, aveva visto l’accentuarsi del fenomeno della rarefazione delle vocazioni maschili e femminile per la vita monastica di tipo tradizionale.

In aggiunta, le vicende e le guerre che colpirono il Regno di Napoli, coinvolgendo i paesi costieri, schierati per l’una o l’altra fazione, colpirono duramente la vita monastica e molti conventi vennero saccheggiati e usurpati dalle milizie che imperversavano nel ducato amalfitano.

Vani furono i tentativi degli abati di ristrutturare le antiche fabbriche monastiche. Ci aveva provato anche Tommaso de Fuscolo, abate di San Trifone, che nel 1415 aveva tentato la vendita di un ospizio di case del monastero. La riparazione non sarebbe convenuta a nessuno perché anche se il complesso fosse stato ben riadattato, non avrebbe reso neanche un tarì, a causa della diminuzione della popolazione di Ravello. Erano gli ultimi istanti della vita dell’insigne cenobio.

Nel 1438, durante il saccheggio generale della città operato da una masnada aragonese, il cenobio fu indebitamente occupato dal generale Angelo Calvi di Penne che vi dimorò coi suoi militari. L’abate Tommaso e i monaci furono espulsi, e la vita cenobitica tra quelle sante mura finì per sempre.

Dal 1455 al 1775 il beneficio di San Trifone fu dato in commenda a diversi prelati, e successivamente annesso al Capitolo della Cattedrale, con il conseguente trasferimento, avvenuto il 18 agosto 1793, del quadro dei Santi Trifone, Respicio e Ninfa, che oggi si ammira nella prima cappella della navata destra del Duomo.

Agli inizi del XIX secolo, le funzioni parrocchiali della vicina e cadente chiesa di San Martino, oggi cappella cimiteriale, vennero trasferite a San Trifone fino al 1812, anno dell’annessione a Santa Maria del Lacco. Per lungo tempo, fino a pochi decenni fa, la letteratura storica e la consuetudine popolare identificavano sovente la chiesa di San Trifone con il titolo di San Martino. Ne è testimonianza, tra l’altro, anche il simulacro che da pochi anni si porta processionalmente per le vie della contrada, raffigurante la Vergine Maria e i Santi Trifone e Martino.

Se però l’iconografia poco aderisce all’originaria intitolazione del luogo, la tradizione liturgica e cultuale, fin dal Martirologio Geronimiano, legava nella commemorazione le figure di Trifone e Martino.

A tal proposito è suggestivo il ricordo di San Trifone non solo al 10 novembre, vigilia della festa di San Martino, ma in alcune redazioni anche al 3 luglio, giorno che precedeva la data dell’ordinazione episcopale e della traslazione del santo di Tours.

redazione
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