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Ravello, Scurati scrive a Draghi: «Caro Presidente, ecco perché non deve mollare»

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Con una lettera pubblicata stamani sul Corriere della Sera, l’intellettuale e scrittore Antonio Scurati, Premio Strega 2019, chiede al premier Mario Draghi di desistere dall’idea di terminare con le dimissioni la guida del Governo. E di “non mollare”. La letterà è stata scritta a Ravello dove Scurati si trova per ragioni familiari. Di seguito il testo integrale.

Esimio Presidente Draghi, mi scuso in anticipo di queste mie parole. Le sto, infatti, scrivendo per chiederle di umiliarsi.
Le sue dimissioni non sono verosimilmente dettate da un moto d’orgoglio ma, par di capire, da un contesto deteriorato al punto da rendere impossibile il grave compito che si era assunto. Invitarla a rinnovare la sua disponibilità a governare il Paese dopo quanto accaduto credo, però, che significhi anche chiederle di rinunciare a una quota del suo amor proprio. Scendere a patti con la misera morale che spesso, troppo spesso, accompagna la condizione umana dei politicanti è mortificante per chiunque. Eppure, sicuro di interpretare il sentire di moltissimi italiani, è proprio questo che le chiedo di fare.

Qualunque cosa si voglia pensare di lei, non si può negare che la sua sia la storia di un uomo di straordinario successo. Durante tutta la sua vita, lei ha bruciato le tappe di una carriera formidabile. Prima da Governatore della Banca d’Italia e poi da Presidente della Banca centrale europea, lei ha retto le sorti di una nazione e di un continente; le ha tenute in pugno con il piglio del dominatore, sorretto da una potente competenza, baciato dal successo, guadagnando una levatura internazionale, un prestigio globale, un posto di tutto rispetto nei libri di storia. Ha conosciuto il potere, quello vero, ha conosciuto la fama degli uomini illustri, la vertiginosa responsabilità di chi, da vette inarrivabili, decide quasi da solo della vita dei molti.

Poi, però, è sceso in politica. Non che in precedenza le fosse estranea, tutt’altro. Però, quando ha accettato di presiedere il consiglio dei ministri, per lei è, in un certo senso, cominciata la fase discendente della sua parabola. Dall’empireo della più importante istituzione monetaria europea – dove immagino che le lotte di potere siano comunque feroci ma combattute ad altezze olimpiche – ha accettato di battersi nelle fosse della politica politicante dove il combattimento è quasi sempre brutale, rozzo, sleale e meschino. A capo di un Governo di unità nazionale, sostenuto e, al tempo stesso, ostaggio di numerosi partiti e di ancor più numerosi leader e leaderini, lei, all’età di 73 anni, ha acconsentito a scendere in quell’arena dove la politica è «sangue e merda».

Personalmente non prediligo i banchieri a capo del governo né apprezzo i governi usciti da combinazioni parlamentari e non delle urne. So, però, che la politica è la figlia bastarda della storia. Letta in una prospettiva storica, la sua disponibilità a governare l’Italia in un momento di crisi epocale mi apparve e mi appare come un indubbio gesto di generosità al servizio del Paese. Si narra che questi diciassette mesi di governo siano stati per lei fonte di amarezza crescente. Non so se sia vero ma non credo che la questione sia di ordine psicologico. L’ultimo anno e mezzo è stato sicuramente, oggettivamente, per lei e per noi tutti, tra i più difficili e terribili della storia recente.

Ciò che sta accadendo in queste ore ripropone, purtroppo, un copione già andato in scena molte volte sulla ribalta del nostro Paese, irresistibilmente sedotto dalla commedia: la tragedia che scade in farsa. Ora lei, pur dovendo fronteggiare una pandemia, una guerra, una crisi economica con pochi precedenti e una ambientale senza uguali, è spinto alle dimissioni da un accanito torneo di aspirazioni miserabili, da sudicie congiure di palazzo, da calcoli meschini, irresponsabili e spregiudicati di uomini che, presi singolarmente, non valgono un’unghia della sua mano sinistra. Si racconta che un giorno un funzionario disonesto sia stato trascinato al cospetto di Talleyrand. Pare che il piccolo uomo, per giustificare le sue malefatte, abbia detto: «Eccellenza, si deve pur campare». Si racconta che il grande uomo, pari di Francia, lo abbia fulminato con queste parole: «Non ne vedo la necessità». Ebbene, è la sola giustificazione che molti dei parlamentari italiani responsabili della attuale crisi potrebbero addurre. È la sola risposta che noi dovremmo opporre.

redazione
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