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Harriet Beecher Stowe, dalla Capanna dello zio Tom agli aranceti di Sorrento

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di OLIMPIA GARGANO

In 1859, Harriet Beecher Stowe, author of Uncle Tom’s Cabin, spent a few months in Campania, visiting Naples, Paestum and Amalfi among other places. On a stormy night in Salerno she was inspired to write the novel Agnes of Sorrento, which is still mentioned by the international press as a book symbolizing the city in which it is set.

Tutti noi che amiamo la lettura abbiamo a cuore un libro che ha segnato la nostra immaginazione, uno in cui ci siamo immedesimati al punto da farci pensare che chi aveva scritto quelle pagine si stesse rivolgendo proprio a noi, rivelandoci quello che forse avevamo già davanti ai nostri occhi e non eravamo ancora riusciti a mettere in luce. Che si tratti di romanzi, racconti o poesie, ci sono pagine che hanno segnato la nostra storia personale e contribuito a costruire la nostra educazione sentimentale.

Poi ci sono quei libri che con la forza del loro messaggio hanno impresso una svolta nella storia dell’umanità: è il caso della Capanna dello zio Tom, con cui la scrittrice americana Harriet Beecher Stowe (1811 – 1896) prese coraggiosamente posizione contro la schiavitù.

Impossibile stabilire quanto l’enorme successo di questo romanzo avesse incoraggiato il presidente Lincoln a emanare nel 1863 l’Emancipation Proclamation, la dichiarazione che ordinava agli Stati Confederati di liberare le persone tenute in condizione di schiavitù. Sta di fatto che quando Abraham Lincoln incontrò l’autrice, la definì “la piccola donna che ha scritto il libro che ha dato inizio a questa grande guerra”, riferendosi alla guerra di secessione americana divampata in quegli anni fra gli Stati del Sud, di tendenza schiavista, e quelli del Nord, favorevoli all’abolizione della schiavitù.

Pubblicato nel 1852, La Capanna dello zio Tom fu immediatamente venduto in oltre trecentomila copie e tradotto in una ventina di lingue, compreso arabo, armeno e malese. La “piccola donna” era diventata una figura pubblica, le cui opinioni facevano tendenza. Gli editori le offrirono contratti per altri romanzi (ne scrisse una trentina in tutto), articoli,  e libri di viaggio.

Quale poteva essere la meta più desiderata da una giovane intellettuale americana che viveva in una remota cittadina dell’Ohio? L’Europa, certo, e ovviamente l’Italia, che Harriet e suo marito, Calvin Stowe, professore di studi biblici, e i loro numerosi figli (ne ebbero sette) visitarono a più riprese negli anni successivi. Il terzo e ultimo viaggio europeo cominciò nell’estate del 1859, per concludersi in un inverno trascorso sulle coste della Campania (ricordiamo che nei secoli scorsi i viaggiatori stranieri amavano soggiornare in Costiera nei mesi invernali e primaverili per godere della mitezza del clima, per poi tornarsene in patria quando cominciava l’ estate).

Per Harriet Beecher Stowe questa era la terra della bellezza: in una raccolta di racconti di vita domestica intitolata House and Home, a proposito del modo di arredare la casa si legge:  I will have the lovely Bay of Amalfi over my Venus, because she came from those suns and skies of Southern Italy” (“metterò la meravigliosa Baia di Amalfi sopra la mia Venere, perché lei viene da quel sole e da quei cieli dell’Italia del Sud”).

Ma il libro che lega più strettamente il nome dell’autrice della Capanna dello zio Tom ai nostri luoghi è un romanzo ambientato a Sorrento, e che ha come protagonista Agnes, una giovanissima venditrice di arance di incantevole bellezza.

L’occasione che portò alla creazione della storia di Agnes  merita di essere letta nelle parole stesse dell’autrice, che lo racconta in una lettera inviata al suo editore:

“Niente avrebbe potuto essere più meravigliosamente, sognante, luminoso e bello del tempo impiegato in tal modo. Napoli, Sorrento, Salerno, Paestum, Pompei, sono nomi d’incanto che non svaniranno mai dal ricordo di nessuno dei miei compagni. A Salerno, che dista da Paestum una giornata di viaggio a cavallo, fummo trattenuti da un temporale che durò tutto un giorno e una notte. Ognuno dovette mettere a disposizione le proprie abilità per far passare piacevolmente quella serata tempestosa fra canti, storielle divertenti e racconti. I primi capitoli di questo romanzo furono scritti e letti lì, accompagnati dall’impeto del Mediterraneo. Così prese forma il disegno di tutta la storia futura. Qualunque sia il favore che questo romanzo abbia ricevuto agli occhi del mondo, è certo che esso è figlio di un amore al suo primo manifestarsi, e che la sua fiorita terra natale italiana l’ha cullato con indulgente accoglienza”.

Interrompiamo per un attimo la voce dell’autrice per notare una curiosa somiglianza: le circostanze che portarono alla creazione di questo “romanzo sorrentino” di Harriet Beecher Stowe sono straordinariamente simili a quelle in cui nacquero opere celebri della letteratura inglese, come Frankenstein di Mary Shelley e Il Vampiro di John Polidori, inizialmente attribuito a Byron: nell’estate del 1816, Lord Byron insieme con il suo medico personale John Polidori e la coppia di scrittori Percy Bysshe e Mary Shelley erano in villeggiatura sul lago di Ginevra. Durante una settimana di pioggia incessante che rendeva impossibile andare a passeggio, la compagnia decise di intrattenersi creando dei racconti.

Fu così che villa Diodati, la residenza sul lago di Ginevra dove alloggiavano Byron e i suoi amici diventò un laboratorio di storie horror, mentre il paesaggio salernitano, seppur in tempesta, ispirò un’opera  “angelica”, ambientata fra gli aranceti di Sorrento.

Riprendiamo a leggere la lettera per capire da cosa era stata determinata la scelta del luogo di ambientazione del romanzo:

“L’autrice e il suo gruppo erano freschi di passeggiate ed escursioni nell’incantevole Sorrento; avevano esplorato il frondoso vallone e portato via rami dorati di frutti e fiori dai suoi aranceti. All’ombra del vecchio portone ad arco avevano visto, sedute al chiosco delle arance, una bellissima ragazza, il cui nome nella storia divenne Agnes, e nell’ombra del vallone incontrarono quella donna alta e dritta, dai capelli argentati, il naso romano e gli occhi scuri, il cui nome divenne Elsie. L’intera scena dorata retrocesse di secoli, e ne ebbero una visione come avrebbero potuto e dovuto essere state in tempi passati.”

Il periodo di svolgimento della vicenda di Agnes è il XV secolo, al tempo della predicazione di Gerolamo Savonarola, le cui invettive contro la corruzione dei costumi ecclesiastici gli costarono prima la scomunica da parte del papa Alessandro VI Borgia e infine la condanna al rogo. Agnes è figlia di una giovane di umili origini e di un principe romano. Sedotta e abbandonata dal padre della bambina, la madre di Agnes era morta di dolore; per sottrarre la piccola alle insidie degli ambienti cittadini, sua nonna Elsie l’aveva portata a Sorrento, dove si guadagnavano da vivere vendendo arance.

Agnes risplende di una bellezza virginale e probabilmente diventerebbe suora, se non fosse che la sua vocazione viene messa a dura prova quando un affascinante aristocratico si innamora di lei. C’è il rischio che la ragazza segua lo stesso destino della madre, ma in questo romanzo di profonda ispirazione cristiana il bene trionfa su intrighi e malvagità.

All’incanto che emana dal volto di Agnes corrisponde la meraviglia dei luoghi, che nel romanzo è descritta con queste parole:

“L’antica città di Sorrento è situata su un altopiano elevato, che si protende nelle acque soleggiate del Mediterraneo, sorvegliato su tutti i lati da una barriera di montagne che lo difendono dai venti taglienti e gli stanno intorno come mura di un giardino. Qui boschetti di aranci e di limoni, con la loro quasi fiabesca coincidenza di frutti e fiori, riempiono l’aria di un profumo che si fonde con quello delle rose e dei gelsomini; e i campi sono così stellati e smaltati di fiori che avrebbero potuto servire da modello di quei regni elisi cantati dagli antichi poeti. L’aria fervida è mossa da continue brezze marine, che conferiscono una deliziosa  dinamicità al clima altrimenti languido. Sotto tutte queste preziose influenze, l’essere umano sviluppa una ricchezza e un rigoglio di bellezza fisica sconosciuti nelle regioni meno favorite. […] Inoltre, sotto questi cieli benevoli, si fanno sentire una cortesia e una gentilezza di modi innati. Sembrerebbe che l’umanità, vezzeggiata in questa culla fiorita e consolata da tante carezze quotidiane e dai mezzi della Natura sua nutrice, sia cresciuta con tutto ciò che c’è intorno di più gentile.”

L’oro degli aranci sorrentini rimase così vivido nell’immaginazione dell’autrice che una volta tornata in America comprò una residenza circondata da un grande aranceto in Florida, dove la famiglia Stowe andò a vivere nella località dal suggestivo nome di Mandarin.

 Ma torniamo a Sorrento, e al suo mare che “spira tanto sentimento”: per una di quelle belle coincidenze di cui sono cosparsi i sentieri della creatività, la celeberrima Torna a Surriento  fu creata nello stesso albergo Tramontano dove qualche decennio prima aveva alloggiato  la signora Stowe.

Oggi questo romanzo è poco noto in Italia, tranne che agli amici sorrentini che giustamente ne vanno orgogliosi. Eppure deve avere tuttora una certa eco nell’immaginario americano, visto che nei primi mesi di quest’anno una rivista di moda che suggeriva cosa indossare a  Sorrento in primavera mostrava un’immagine femminile ispirata ad Agnes, seguita da queste parole tratte dal  romanzo (le riportiamo in traduzione):

“…la luce di un tramonto glorioso irruppe su di loro, in tutti quegli strani e magici misteri della luce che chiunque abbia passeggiato di sera su quella spiaggia di Sorrento non dimenticherà mai.”― Harriet Beecher Stowe, Agnes of Sorrento.

Come i dipinti, anche le descrizioni letterarie creano immagini, ritratti di parole che a distanza di secoli parlano di luoghi e contribuiscono a tenerne viva la fama in tutto il mondo. Riportare alla luce racconti e romanzi ambientati nel territorio che ci circonda ci aiuta a vedere come nel corso dei secoli  è stato rappresentato il mondo che abitiamo, e di cui speriamo di tenere viva la bellezza.

redazione
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