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I briganti, eroi o criminali? La serie Netflix che apre nuove polemiche

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di NOVELLA NICODEMI

È uscita da poco su Netflix e già ha suscitato discussioni tra chi legge la storia dell’unificazione italiana in modo diametralmente opposto.

Stiamo parlando della serie Briganti (“Brigands: The Quest for Gold”), prodotta da Fabula Pictures in associazione con Los Hermanos, che si impernia sulla leggenda del tesoro nascosto di Garibaldi, il leggendario Oro del Sud conteso dai Piemontesi, guidati da Fumel, che vogliono portarlo al nord, e i briganti che cercano di impedirlo in nome della libertà e della giustizia.

«Dicono che la mia terra è povera, bruciata dal sole, maledetta. Non è vero: la mia terra è ricca. Per questo c’è stato qualcuno sempre pronto a saccheggiarla. È arrivato l’eroe Garibaldi, le sue camicie rosse, promettendo la libertà dai padroni. E io ho combattuto questa guerra come se fosse mia, ma m’hanno fregato».

Lo Sparviero, interpretato da Marlon Joubert, con questa premessa dà avvio, col suo sguardo seducente e misterioso sotto il cappello a falda larga e l’immancabile sigaro, alle vicende incentrate su questo tema poco trattato nella serialità italiana, probabilmente sconosciuto all’estero.

Creato dal collettivo GRAMS – Antonio Le Fosse, anche regista insieme a Steve Saint Leger e Nicola Sorcinelli, Re Salvador, Eleonora Trucchi, Marco Raspanti e Giacomo Mazzariol, e girato in Puglia – Altamura, Salento, Melpignano, Lecce, Nardò, Castello Alfonsino –  questo period drama racconta le gesta di famosi briganti realmente esistiti. Siamo nel 1862.

La brigantessa di San Sossio di Baronia Filomena Pennacchio, la brigantessa calabrese Maria Oliverio, chiamata “Ciccilla”, Schiavone detto Sparviero, la brigantessa Michelina Di Cesare sono solo alcuni dei banditi che, dopo la battaglia contro i garibaldini, delusi da uno stato predatore che fa sprofondare il popolo nella miseria più nera, lo combattono con le armi, schierandosi a fianco dei contadini.

 Michela De Rossi, Ivana Lotito, Matilda Lutz interpretano donne coraggiose e battagliere che lottano per un ideale, comandano, si ribellano a uomini violenti.

Per l’ Huffington Post, che definisce i briganti comelestofanti e criminali, gente feroce,  la serie propone una narrazione tossica sul brigantaggio, romanticizzandolo e ammantandolo di un patriottismo meridionale e un eroismo che non sono mai esistiti. Gennaro De Crescenzo, presidente del movimento Neoborbonici napoletani, pur non ritenendolo un film storico, sottolinea come siano presenti tesi di fondo veritiere: i sabaudi invasori e oppressori, il Sud tutt’altro che povero (e i conseguenti saccheggi), i massacri, le deportazioni, la crudeltà degli ufficiali piemontesi e l’eroismo dei briganti che combattevano per la loro terra e per la libertà”. Per lo scrittore e giornalista Pino Aprile, dinanzi alla narrazione ufficiale e davvero tossica della nostra storia, serie come Briganti su Netflix sono soffi di aria fresca”.

Quella di Netfilx, con tutti i limiti di un prodotto che indubbiamente romanticizza e idealizza la storia, senza documentarla né spiegarla adeguatamente, è a mio avviso una scelta coraggiosa, un tentativo di portare alla ribalta internazionale una storia locale, del nostro Sud, raccontandola da un’ottica diversa da quella che di solito si legge nei libri di storia.

 A sostegno dei contadini, oppressi dal Baronato e da uno Stato che vedevano come un oppressore, molti ex garibaldini delusi e giovani chiamati alle armi in virtù della leva obbligatoria (che sottraeva braccia preziose al lavoro dei campi), disertarono e si diedero alla macchia, compiendo azioni di guerriglia.

Il brigantaggio nasce come reazione, come ribellione popolare, ai soprusi e alle vessazioni subite dal popolo, e non è da confondere con le associazioni di criminalità organizzata come mafia e camorra, molto più antiche, fenomeni prettamente urbani che invece il popolo lo vessavano, come spiega magistralmente Pasquale Villari in un suo famosissimo saggio storico sul Brigantaggio.  Certo, nelle bande confluirono anche delinquenti comuni, sostenitori dei Borbone e della Chiesa, ma resta il dato di fatto che, nonostante inchieste parlamentari avessero messo in luce che questo fenomeno scaturiva dalla disattesa riforma agraria e dalla povertà, lo Stato intervenne con l’esercito per debellarlo senza affrontare le questioni strutturali di fondo da cui era scaturito.

Detto ciò, le sei puntate – godibili e avvincenti in alcuni punti, in altre lente –   complessivamente suggestive grazie anche alla colonna sonora di Michele Braga e alla fotografia di Benjamin Maier, presentano una sceneggiatura che diventa a tratti fumettistica con espliciti richiami estetici al genere western di Sergio Leone. Gli scontri tra le bande di briganti mi hanno riportato alla mente – in modo straniante e dissonante – le rivalità tra clan in Gomorra e in Suburra – con accampamenti che sembrano quelli dei rom Casamonica, con trucco, tatuaggi e costumi a volte improbabili, che rendono ad esempio Michelina simile a una guerriera di Vikings. E non è un caso che il regista irlandese Steve Saint Leger sia proprio il regista di Vikings, Vikings: Valhalla e Barbarians.

 Se a scrivere la storia sono sempre i vincitori, come dice Eugenio Bennato nella famosa canzone Il sorriso di Michela, alla serie Briganti va riconosciuto l’indiscutibile merito di aver deciso di parlare della storia del Sud, ribaltandone la versione ufficiale.

Leggi anche:

Pietro ‘e Lia, il temibile brigante di Scala dalle sette vite

redazione
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