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Amalfi

Le terrazze della Costiera come i giardini pensili di Babilonia nelle Lettere di Mrs. Ashton Yates (1844)

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Mrs. Ashton Yates’ Letters (1844), which for their descriptive vivacity and knowledge of the places were considered the ideal travel companion together with the famous Murray guides, vividly describe the Amalfi Coast in winter.

di OLIMPIA GARGANO

“Abbiamo preso una barca a sei remi a Salerno – i rematori erano un padre e i suoi cinque figli; da lì fino ad Amalfi e oltre, la costa è un susseguirsi di piccole baie profondamente frastagliate, e in ognuna di esse c’è un paese costruito in riva al mare; su per le adiacenti alture ripide e scoscese si possono distinguere altri villaggi, alcuni dei quali molto antichi, dove portano sentieri che solo il mulo, la capra o il viandante robusto possono percorrere.
La giornata era calma e il sole non troppo luminoso, e nelle tre ore in cui siamo stati sull’acqua abbiamo potuto godere dei panorami più belli che si possano immaginare. Le nostre più elevate idee poetiche dell’Italia hanno preso piena consistenza. Le montagne che sorgono dalla costa sono di calcare, frammentato e disperso in forme così varie dal sublime al bello, che sarebbe impossibile rappresentare il paesaggio per mezzo di penna e inchiostro; anche la possente matita di Salvator Rosa, che fu più specificamente adoperata per raffigurare il territorio intorno ad Amalfi, non potrebbe dare un’idea adeguata delle sue molteplici bellezze, tutte montuose, eppure colme di giardini, vigneti, paesi e villaggi. Le rocce sono talvolta rivestite di alberi e ricca vegetazione, con castelli sulle cime più ardite; mentre ovunque si vedono conventi, eremi, cupole di chiese e campanili simili a torri.
Non si può immaginare nulla di più altamente pittoresco della posizione dell’antica, e sotto ogni aspetto straordinaria città di Amalfi, costruita com’è sui fianchi di colline scoscese e nelle fenditure delle rocce. Tutti abbiamo sentito parlare di giardini pensili, e questo epiteto non potrebbe essere applicato in maniera più appropriata ai pendii coltivati di Babilonia che alle strade e agli edifici che si ergevano davanti a noi mentre avanzavamo sul molo dove eravamo approdati”.

Questa bella descrizione potrebbe essere una delle tante espressioni di ammirazione con cui la letteratura di ogni tempo e lingua ha reso omaggio al paesaggio della Costiera. Ma per vari motivi, questo brano finora inedito in lingua italiana ha un valore particolare: innanzitutto è della prima metà dell’Ottocento, quando la Costa d’Amalfi non era ancora diventata meta abituale dei viaggiatori stranieri.
In secondo e terzo luogo, il viaggio che ha dato origine all’opera A Winter in Italy in a series of Letters to a Friend, in 2 volumi (London, Henry Coburn Publisher, 1844) è stato compiuto d’inverno e raccontato da una donna, Mrs. Ashton Yates, cosa non molto frequente in un periodo in cui le donne che scrivevano i loro reportage dai luoghi visitati non sempre arrivavano a pubblicarli, come invece avveniva per i loro corrispettivi maschili.
Ora, il fatto che nei secoli scorsi la Costiera fosse meta di turismo invernale è molto meno insolito di quanto si potrebbe pensare, come dimostrano le fonti letterarie. Chi viveva al di là delle Alpi era attratto dalla mitezza del clima nell’Italia del sud e dalla seduzione esercitata da luoghi come Pompei, Paestum e ovviamente Napoli, destinazione principale da cui ci si muoveva per visitare le altre attrazioni della Campania.
Quando ancora non esisteva la parola “turismo” (di origine francese, entra nella lingua italiana solo ai primi del ‘900), il turismo culturale (e invernale!) esisteva dunque nei fatti.
La cultura, appunto. Chi oggi continua a vagheggiare un’improbabile (e forse neanche desiderabile, se non programmata con seria consapevolezza) “destagionalizzazione”, forse non sa che, prima che la Costiera fosse strangolata da marzo a ottobre da ondate di visitatori in misura insostenibile per i turisti stessi oltre che per gli abitanti del luogo, il turismo “fuori stagione” era una scelta naturale per viaggiatori internazionali, che all’epoca non erano ancora interessati a quello che sarebbe poi diventato il turismo balneare. Ad attirarli nei nostri territori erano la bellezza del paesaggio, la dolcezza del clima e la ricchezza del nostro patrimonio storico – culturale.
Ma veniamo all’autrice: in realtà di lei si sa pochissimo, a partire dal suo stesso nome. Soltanto da pochi indizi sparsi si è potuto risalire al suo nome da ragazza, Frances-Marie Lovett. I suoi libri li firmava con il cognome del marito, il politico e uomo d’affari inglese John Ashton Yates, dal quale ebbe cinque figli. Le poche notizie che abbiamo le ricaviamo dai suoi libri: nelle Letters Written during a Journey to Switzerland, pubblicate poco prima del suo viaggio in Italia, parla di una promessa fatta ai suoi figli più piccoli rimasti a casa: per lenire il dispiacere della separazione, avrebbe scritto loro una lettera da ognuno dei luoghi visitati, “per incoraggiare in loro il gusto per la storia” che, secondo Tucidide, “è filosofia insegnata attraverso l’esempio”.
Ma la testimonianza più importante su quanto la sua opera fosse apprezzata dai contemporanei si trova nel New Monthly Magazine, dove lo stile di Mrs. Ashton Yates viene messo a confronto nientemeno che con quello di John Murray, il famoso editore di guide turistiche di cui abbiamo parlato nel primo numero della Costiera raccontata. Nella recensione pubblicata nel 1844 dalla rivista letteraria inglese, si legge che se John Murray è la guida per eccellenza, a cui affidarsi per programmare itinerari, soste, tempi e abbigliamento, Mrs. Ashton Yates è la compagna di viaggio ideale con cui condividere esperienze e sentimenti, grazie alla sua vivacità, intelligenza e conoscenza acquisita delle scene e degli argomenti di cui tratta.
Quando arriva ad Amalfi, Mrs. Ashton Yates è impressionata dal grande passato di quella che ora le appare come una piccola città di mare, “verso la quale il genere umano dovrebbe provare riconoscenza” per il suo contributo al diritto marittimo e alle tecniche della navigazione, e per il fatto che, come le viene riferito, proprio qui erano state ritrovate le Pandette di Giustiniano, opera fondamentale per lo studio del diritto romano.
Percorrendo la parte alta di Amalfi, i viaggiatori sono assordati dal fragore delle cartiere che lavorano a pieno ritmo in quella che lei chiama la “Val dei Cascade”.

Per completare la visita della Costiera vorrebbero vedere un’altra località di cui hanno sentito parlare, “una piccola città chiamata “Ravella [sic], abitata da discendenti dei Saraceni, dove quella che una volta era una moschea è ora una chiesa, arricchita di molti tesori d’arte portati da Paestum”. Ma sono costretti a rinunciare, perché “la cittadina o villaggio in questione si raggiunge solo a dorso di mulo lungo un percorso scosceso fra le montagne, pertanto il progetto fu considerato troppo faticoso e avventuroso per noi signore”.
E’ tempo di rimettersi in mare per tornare a Salerno: si erano appena allontanati da Amalfi, quando i barcaioli cominciarono a cantare in maniera armoniosa, dapprima in parti staccate e poi unendosi in coro. Ma improvvisamente il canto si smorza, “i remi rimasero sospesi sull’acqua, e il loro portavoce indicò sul fianco della montagna, vicino al villaggio di A—, una piccola casa bianca isolata, che ci disse essere appartenuta a Masaniello, in memoria del quale i suoi compaesani mandarono sentite benedizioni, per poi ricominciare a remare e cantare”. Se il nome di Atrani non era ancora abbastanza familiare da restare nella memoria della scrittrice, che ne ricorda solo la lettera iniziale, le era però nota la storia del giovane ribelle di origine atranese che nel 1647 si era messo a capo della rivolta antispagnola.
Venendo ai giorni nostri, è di queste ore la notizia che il Museo della Bussola e del Ducato Marinaro, inaugurato meno di un anno fa nell’Arsenale di Amalfi (e che fra altri preziosi reperti ospita proprio una copia delle famose Pandette che avevano emozionato Mrs. Ashton Yates), è stato chiuso fino a data da destinarsi.
Ancora una volta, in questa parte del mondo la cultura va in soffitta, intermittente e fievole come le lucine colorate dei presepi a cui si dà una spolverata in occasione delle feste.

redazione
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